| La casa non è sempre e comunque il
luogo ideale per curare ogni malato terminale. In effetti esiste una
fascia non trascurabile di persone che non è mai opportuno curare a
casa, ed una ancor più vasta popolazione che, pur potendosi giovare
dello stare a casa, richiede periodi più o meno lunghi di
ospedalizzazione, sia durante le cure che alla fine, nei giorni
precedenti il decesso.
Ci sono almeno due categorie di
malati che, quando cessano di essere autosufficienti, non
possono essere curati a casa se non con un impiego di risorse tale
da costituire un inaccettabile costo:
- coloro che non hanno una casa,
e
- coloro che, pur avendo una abitazione
confortevole, vivono soli.
Il non avere una casa non è una condizione
così rara come può sembrare, soprattutto se si comprende nel
gruppo anche chi vive in un ambiente privo dei più
elementari comfort, oppure troppo angusto,
o mal ventilato (si pensi ad un incontinente che viva con altri in
un monolocale), o semplicemente senza telefono.
L'incidenza di tali situazioni a Cremona,
città ricca e senza particolari problemi sociali, si aggira intorno
al 3-4 per cento. Questo dato può sembrare
modesto, ma bisogna essere ben consapevoli che nei prossimi anni, può
anche peggiorare (povertà e di emarginazione; il fenomeno,
in Europa già a livelli preoccupanti (i senza casa, gli immigrati
dal terzo mondo; i tossicodipendenti malati di AIDS, ecc.)
Avere una casa decente comunque non basta: è
necessario che col malato abiti qualcuno su cui si possa contare per
almeno gran parte della giornata. Organizzare una presenza continua,
soprattutto notturna, utilizzando personale retribuito comporta
costi vertiginosi, tali da rendere improponibile la cosa.
Il ricovero è spesso necessario anche per
chi non è solo: per permettere una pausa ad una
famiglia provata da una lunga assistenza, o quando il famigliare
principale non è in grado, per motivi psicologici, fisici o
culturali di garantire una aiuto effettivo (perché anziano,
invalido, malato, psicolabile, socialmente inaffidabile, ecc.), o
perché già impegnato ad assistere un altro famigliare (terminale,
fisicamente o mentalmente handicappato, ecc.). Non bisogna infine
scordare che talvolta sono necessari interventi medici per il controllo
dei sintomi, tali da non poter essere effettuati fuori da
un ambiente ospedaliero (piccola e media chirurgia, radioterapia,
ecc.).
L'essere soli e/o l'essere vecchi
sono tra le più frequenti cause di ricovero, mentre sono proprio le
difficoltà di gestione le principali cause di fallimento di una
assistenza domiciliare, tali da giustificare il 54% dei
ricoveri.
- La maggior parte delle persone
muore in ospedale, malgrado questo non sia adatto a ad
ospitare i malati in fase avanzata né per organizzazione
interna né per cultura. L’ospedale infatti è pensato per i malati
acuti ed il suo scopo è guarire e
quindi far sì che i malati ricoverati possano prima o poi
tornare ad una vita normale
L’ospedale è necessariamente
organizzato con regole rigide, e solitamente
ben poco è destinato al comfort, che è invece cosa
essenziale per un malato terminale.
Un modello alternativo è rappresentato
dall’Hospice.
L’Hospice è
una struttura di ricovero, nata in Gran Bretagna e diffusa in
tutti i Paesi anglosassoni. Anche se in alcune realtà un
hospice può esistere come struttura autonoma, esso in genere è
inserito in un ospedale, e costituisce, in pratica, la parte
degenziale di una unità di cure palliative. Ciò che lo
differenzia da un normale reparto ospedaliero è la filosofia di
intervento, gli obiettivi che si pone, la architettura e il
sistema organizzativo. Esso è riservato ai malati terminali che
per qualche ragione non possono essere curati a casa e vi si
attuano esclusivamente cure palliative.
Gli interventi medici diretti contro la malattia sono esclusi
(perché di fatto inutili), salvo quando possono avere una
concreta efficacia sui sintomi. Dell’ospedale utilizza tutte
le attrezzature, anche le più sofisticate, in grado di
migliorare la qualità e la comodità dell’assistenza:
letti speciali, sistemi di condizionamento dell’aria per
eliminare gli odori, bagni per disabili ecc. L’assistenza
infermieristica è particolarmente intensa, e il personale che
vi lavora è organizzato in équipe multidisciplinare
secondo i principi della medicina palliativa. In pratica un hospice
è una specie di reparto di terapie intensive, però con
l‘obbiettivo di curare la qualità e non la quantità
di vita. Dal momento che è destinato a fornire una
casa comoda e funzionale ai malati e alle loro famiglie,
l’architettura è quanto di più lontano dall’ospedale
tradizionale. Una notevole importanza è data alla privacy:
sono disponibili spazi privati e comuni, dove i
famigliari possono restare col malato o tra loro, dove
può essere liberamente dato sfogo ai sentimenti. Ai
famigliari è permesso di risiedere col malato, di cucinare i
cibi che egli preferisce, di dormire con lui. Non esistono
limitazioni né di numero né d'orario alle visite: possono
entrare i bambini, e perfino gli animali.
L’arredamento è quello di una casa, o, al più, di una
pensione famigliare, e le camere dei pazienti possono essere
personalizzate. E’ frequente vedere, negli hospice inglesi,
alcuni malati che prendono il tè in soggiorno, davanti ad un
camino acceso, magari con qualcuno che suona il piano.
L’hospice è
oggi, in molti Paesi, parte della assistenza sanitaria pubblica,
e costituisce un nuovo modo di intendere il ricovero,
recuperando ed adattando alla cultura contemporanea una antica
tradizione che sembrava ormai perduta.
- Storia dell' Hospice
La prima iniziativa conosciuta risale
all’epoca dell’imperatore Giuliano l’Apostata, nel 5°
secolo, quando una matrona della gens Fabia, una seguace di San
Girolamo, fondò un ostello per i viandanti, i malati e i
morenti a Roma. Nel medioevo queste istituzioni divennero
molto diffuse. Per capirne la ragione, bisogna immaginarsi
l’Europa intorno all’anno mille come una unica, estesa
foresta, interrotta qua e là da piccoli spazi coltivati attorno
ad insediamenti che col tempo sarebbero diventati città. Le
strade erano poco più di sentieri tracciati in quella foresta.
Sul volgere del millennio diminuirono fino a cessare del tutto
le incursioni dei barbari. Inoltre alcuni miglioramenti
tecnologici in agricoltura favorirono uno sviluppo demografico
quale non avveniva da secoli. La gente si rimise a viaggiare e
le strade di nuovo videro un continuo flusso di viaggiatori e di
pellegrini.
A mettersi in cammino erano spesso vecchi,
malati, infermi che dal pellegrinaggio speravano di
ricavare non solo la salvezza eterna ma anche la salute del
corpo. Lungo queste strade sorsero pievi, cattedrali, villaggi,
monasteri. Spesso, all’interno degli edifici religiosi, erano
organizzati, sia dal clero locale sia da ordini ospedalieri dei
luoghi deputati all'assistenza ed alla carità. Questi luoghi,
gli hospitales, in effetti, erano
semplici rifugi, ostelli dove il pellegrino avrebbe potuto
trovare conforto ed aiuto, sia morale sia materiale. Nei secoli
successivi questi luoghi, autentici hospice
ante-litteram, diedero vita agli ospedali quali oggi li
conosciamo.
Si deve ad una suora irlandese, Mary
Aikenhead, la fondazione nel 1846 dell’Our Lady’s
Hospice di Dublino, espressamente dedicato al ricovero dei
malati gravi e sofferenti. In Francia, nella stessa epoca, Madame
Garnier fondò l’associazione "Donne del
Calvario" ed aprì case per l’accoglienza dei poveri e
dei moribondi a Marsiglia, a Rouen, a St. Etienne e a Parigi (da
queste iniziative è nato il più grande e moderno ospedale per
malati terminali di cancro del mondo, il Calvary Hospital
di New York, fondato nel 1899). Sul finire dell’ottocento,
tramite una sottoscrizione promossa dal Times, fu aperto a
Londra l’Hostel of God, un
ospedale per malati terminali, seguito dal St. Lukè’s
Hospice, a Byswater, dei Metodisti e, nel 1902 dal St.
Joseph Hospice. Da allora in Gran Bretagna gli hospice
si sono sviluppati crescendo sia in numero sia in qualità,
soprattutto grazie all’opera di Dame Cicely
Saunders, con la fondazione a Sydenham, un sobborgo di
Londra, del St. Christopher Hospice, il
capostipite degli hospice moderni.
Il St. Christopher Hospice
è stato decisivo per lo sviluppo non solo quantitativo, ma
soprattutto scientifico della disciplina oggi conosciuta come
Medicina Palliativa. Si può affermare che da lì sia passata
gran parte di coloro che hanno le dato basi scientifiche e
l’hanno diffusa nel mondo, specie nel Nord America. Nel 1974
il Connecticut Hospice iniziò a fornire
assistenza domiciliare, ed una iniziativa simile, collegata al St.
Luke’s Hospital, fu attivata a New York. In Canada, nel Royal
Victoria Hospital di Montreal, un chirurgo, Balford
Mount, aprì il primo hospice intraospedaliero, il Palliative
Care Service (il primo ad adottare il termine
"palliativo"). Oggi, programmi di cure palliative ed hospice
sono presenti in oltre 50 Paesi. Negli USA esistono oltre 1600
servizi, e le cure palliative sono entrate nel sistema sanitario
pubblico americano; in Gran Bretagna ce ne sono più di 400. In
Canada sono stati attivati circa 350 programmi hospice,
ed Australia e Nuova Zelanda ormai dispongono di una rete
capillare di servizi domiciliari e di hospice. In Asia,
Corea, Giappone, Hong Kong, Singapore, e, recentemente, India,
stanno sviluppando iniziative in questo senso. In Africa, per
ora, ce ne sono solo in Zimbabwe, Swaziland, Sud Africa e
Somalia.
Nuove ed importanti iniziative sono
segnalate in tutta l’America Latina, dal Messico
all’Uruguay, dalla Colombia all’Argentina. Nell’Europa
continentale e nel Vecchio Mondo solo la Catalogna si è dotata
di un sistema pubblico capillare di cure palliative. Importanti
realizzazioni esistono in Francia, Svizzera, Paesi Scandinavi e
Islanda, Belgio e Olanda, e Israele. Recentemente sono stati
inaugurati hospice in Ungheria, Polonia e Russia.
Il successo delle cure palliative è nel
curare bene il malato teminale, e se questo richiede che si operi a
casa, in ospedale o in hospice, bene, che questo sia. Questo
comporta che si creino gli hospice, e che si organizzino unità di
cure palliative attive sia a casa che all'interno dell'ospedale.
Fortunatamente la capacità di inventare
soluzioni ad hoc, precarie ma efficaci, la sensibilità e la
solidarietà dei singoli cittadini, di molti medici, infermieri,
volontari, sta creando le premesse perché il più debole dei
cittadini, il morente, non continui ad essere dimenticato, ma trovi
l'aiuto di cui ha bisogno e diritto.
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