| Missione | |
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L' Associazione Cremonese per la Cura del Dolore (ACCD) è un ente di diritto pubblico senza fini di lucro, creato a Cremona nel 1986 col fine di: - Promuovere ogni iniziativa atta a diffondere ed attuare nel servizio sanitario pubblico le Cure Palliative, al fine di curare ed assistere i pazienti affetti da malattie inguaribili in fase evolutiva ed irreversibile, al fine di migliorarne la qualità e la dignità della vita; - Sviluppare ed attuare progetti di intervento da parte della equipe multidisciplinare di cure palliative dell’Ospedale di Cremona, che garantiscano al una assistenza continuativa sia in ospedale, sia nella sua casa, affiancandosi al medico di famiglia; - Promuovere la realizzazione di strutture di cura specificamente progettate per rispondere ai bisogni di questi malati (Hospice); - Aiutare le famiglie sia durante l’ assistenza a questi malati, sia nella fase del lutto; - Far si che i malati possano beneficiare gratuitamente di tali servizi; - Promuovere ed attuare iniziative di carattere scientifico e culturale. |
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Il Malato Terminale e le Cure Palliative |
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Di chi stiamo parlando Una persona diventa "terminale" quando, a causa di una alterazione irreversibile del funzionamento degli organi del corpo - situazione che siamo soliti definire come "malattia inguaribile in fase evolutiva"-, comincia a venire meno quel meccanismo che consente ad un organismo di vivere. Il processo così iniziato ha come esito la morte. Stabilire però quando un particolare individuo malato è "terminale", è difficile. La terminalità non dipende dall’età, anche se è indubbio che un vecchio è probabilmente più vicino alla morte di un adolescente, e non dipende neppure dal tipo di malattia, dal momento che tutte le malattie possono improvvisamente peggiorare e condurre a morte. Neppure l’inguaribilità è condizione sufficiente a definire la terminalità. Il diabete, per esempio, è una malattia inguaribile, ma sarebbe assurdo considerare terminali tutte le persone che vivono oggi benissimo con le cure opportune. La terminalità è, in effetti, una condizione in parte fisica ed in parte psicologica. Essa si realizza quando la malattia (inguaribile, in fase rapidamente evolutiva) induce nella mente del medico, della famiglia e dello stesso paziente un'attesa di morte in breve tempo. La morte, e quindi anche il morire, sono però l’unica certezza d'ogni vivente: come mai allora solo in tempi recenti è nato, nella medicina, il "caso" del malato terminale? Il fatto è che la medicina si è trovata relativamente impreparata ad affrontare un problema del quale, almeno in parte, essa stessa è causa Prima dell’affermarsi della medicina moderna, l’uomo moriva per lo più giovane, in condizioni fisiche generali ancora buone, e, soprattutto, moriva a causa di fatti violenti (guerra, incidenti, ferite) o di malattie acute (infezioni, soprattutto), che, sebbene fossero spesso accompagnate da sofferenza e dolore, non alleviate da farmaci né da assistenza efficace, di fatto duravano poco. Non molti riuscivano a vivere abbastanza da andare incontro ai lenti e crudeli decadimenti fisici che accompagnano una lunga vecchiaia. La vicinanza della morte ed il precipitare delle condizioni fisiche danno luogo un progressivo deteriorarsi d'ogni connotazione personale: l'identità corporea, il ruolo sociale, lo status economico, l'equilibrio psicofisico, la sfera spirituale, il soddisfacimento dei bisogni primari. Questo complesso di circostanze rende diverso il malato terminale da ogni altro paziente, in quanto produce e continua ad aggravare quella particolare e complessa sofferenza che è stata definita come "dolore totale": l’insieme cioè di sofferenza fisica, psichica, sociale e spirituale. Per sofferenza fisica s'intende ogni tipo di problema originato dal corpo: il dolore, i sintomi più vari (nausea, dispnea, astenia, vomito, ecc.). La sofferenza psichica è invece il prodotto della reazione della mente al progresso della malattia e all’avvicinarsi della morte: ansia, paura, depressione, aggressività, ecc. La sofferenza "sociale" è legata alla perdita dei ruoli che una persona normalmente ricopre da sana (il ruolo nella famiglia, nel lavoro, nel privato) e alla perdita di status sociale e di benessere economico. L’avvicinarsi della morte infine può generare sofferenza spirituale. Essa deriva dalla perdita, o, per lo meno dalla crisi, di quei valori - religiosi o laici -, che sono stati alla base del comportamento e delle scelte di vita del malato.
Cosa si può dunque fare per chi muore e per le loro famiglie? Un intervento corretto in un paziente terminale non può essere standardizzato: egli non può aspettarsi salute, ma può chiedere, ed ottenere, qualità di vita. La risposta della medicina deve spostare la sua attenzione dalla malattia alla persona ed ai suoi bisogni. Questo complesso di circostanze ha recentemente portato alla nascita di una nuova disciplina, la Medicina Palliativa (o Cure Palliative), che, in sintesi, si propone di fornire risposte adeguate ai bisogni (fisici, psicologici, spirituali e sociali) di questi malati. Al posto delle terapie causali, quelle in altre parole destinate a guarire la malattia, vanno attuate solo le terapie sintomatiche, volte cioè ad abolire, o per lo meno a ridurre, i sintomi fisici.
I primi secoli della nostra era hanno visto lo scontro di due culture, la nascente cultura cristiana, diffusa tra i ceti popolari - tra coloro, appunto, che portavano il pallium - e quella pagana, ellenistica, della classe dominante, che indossava l'aristocratica toga. Questi indumenti, ci racconta Tertulliano nel De Pallio, hanno finito per simboleggiare l'uno la "charitas" (cioè l'amore per il prossimo in quanto figli di Dio) e l’altro la "pietas" (la compassione per gli altri come sentimento esclusivamente umano). Il pallium è stato quindi la "divisa" dei cristiani dei primi secoli, un po’ come le brache lunghe per i rivoluzionari francesi o la cravatta floscia per i socialisti di fine secolo (o, per chi se ne ricorda, l’eskimo" per gli studenti del '68). Per il malato morente, charitas ha significato assistenza ed accudimento, cosa impensabile per il medico ippocratico. Le regole dell'arte medica proibivano d'occuparsi di coloro la cui sorte era segnata da un destino con cui sarebbe stato blasfemo cercare d'interferire. Il termine "palliativo" per secoli ha connotato tutto ciò che oggi definiremmo come assistenza, volontariato, solidarietà, empatia. Anche se nel corso del tempo ha finito per assumere il significato di "inutile", "poco efficace", "marginale", ecc., esso è stato recuperato nel suo senso originale - forse anche con un pizzico di polemica - per definire la nuovissima disciplina che si occupa di questi malati, per la scienza e la tecnologia medica anch'essi troppo spesso marginali.
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Progetti |
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L'ACCD è dalla sua nascita impegnata nel promuovere un programma di assistenza domiciliare, che permetta ai malati di vivere il più a lungo possibile nella loro casa, ed alle loro famiglie di essere validamente ed efficacemente aiutate nell'opera di assisterli. Essa ha creato una equipe domiciliare di cure palliative composta da quattro infermieri professionali e da due medici, coordinata dalla Sezione di Terapia del Dolore e cure Palliative dell'Ospedale di Cremona.
L'ACCD, grazie ad alcune generose donazioni, ha reperito i fondi per finanziare un Hospice all'interno di uno stabile sito all'interno dell'area dell'Ospedale di Cremona. In questo modo il progetto di assistenza al malato terminale si è completato, garantendo anche a chi non potrà essere curato a casa, un luogo adatto a vivere con dignità gli ultimi giorni di vita. L'ACCD infine ha dato vita a diversi progetti di ricerca con finanziamenti specifici, ed è costantemente impegnata nel promuovere le conoscenze necessarie per sviluppare la Medicina Palliativa in modo razionale e scientifico. Nel 1998 l'ACCD ha dato vita all'Istituto "L.Maestroni" proprio per potenziare la ricerca in questo settore. |
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